Salina. L’isola che sta insegnando alle isole come si deve comportare un’isola

salina.-l’isola-che-sta-insegnando-alle-isole-come-si-deve-comportare-un’isola

L’isola di Salina – 2.500 abitanti divisi tra Santa Marina di Salina, Malfa e Leni – è la seconda più grande dell’arcipelago delle Eolie dopo Lipari. E ha eletto da tempo il mare a sua ricchezza principale: le decisioni amministrative prese negli ultimi anni girano tutte intorno all’immensa distesa d’acqua in cui però si specchia anche tanto verde.

L’isola di Salina

Il mare risorsa, il mare paura, il mare ossessione. Le isole sono soprattutto questo, se ci pensate. Pezzetti di terra casuali che interrompono la superficie continua delle acque. Se quest’ordine delle cose salta, il mare, da alleato, può diventare rapidamente un nemico. Ripensare le vite delle e nelle isole vuol dire soprattutto rispettare il blu che le circonda. L‘isola di Salina questa scelta l’ha fatta e punta a diventare l’isola-pilota tra tutte le isole dell’Unione Europea in fatto di ecologia, rispetto ambientale, sostenibilità, economia circolare. Gli attori coinvolti sono tantissimi: albergatori, pescatori, ristoratori, produttori di vino e di capperi (dalle caratteristiche molto particolari, come vi spieghiamo qui), gli abitanti così come i turisti (a proposito: se avete in programma di visitarla, prima o poi, date un’occhiata alla nostra lista dei migliori ristoranti in cui mangiare sull’isola). Quello che leggerete nelle prossime righe è il racconto di molte di queste voci, ciascuna delle quali, a suo modo e con i suoi mezzi, sta attuando questo cambiamento.

Ravesi salina
Hotel Ravesi

Santa Marina Salina, la “capitale”

È la parte orientale dell’isola ed è l’arrivo ufficiale per chi viene dal continente. Qui l’accoglienza è modulata con altri colori eoliani: non c’è il nero della sabbia vulcanica di Stromboli, la pomice bianca di Lipari o il giallo sulfureo di Vulcano. Il colore impattante è il verde. Sì, perché Salina la osservi scrutandola dal basso verso l’alto, portando lo sguardo alle due montagne che la sovrastano, il monte Fossa delle Felci e il Monte dei Porri, ex crateri vulcanici, di cui conservano la forma conica. Il comune di Santa Marina è proprio lì, alle pendici della Riserva Naturale Orientata. Così al porto incanta l’acqua limpida degli attracchi, ma allo stesso momento affascinano i boschi di pini e di castagni su fino a mille metri. È il comune con più chilometri di spiaggia ed è stato il primo porto turistico a far scoprire l’anima vacanziera di Salina a metà degli Anni Novanta.

Salina
Valdichiesa. Foto di Elio Benenati

Salina, una e trina

Il sindaco Domenico Arabia è un sostenitore della tripartizione dei comuni: “Non siamo solo tre entità amministrative: per storia, cultura, produttività abbiamo infatti peculiarità diverse. Qui c’erano i velieri che partivano per l’esportazione del vino Malvasia, l’indole è sempre stata più commerciale, la maggiore ricchezza si è espressa nell’urbanistica dei palazzi signorili del corso principale e ancora oggi la via maestra è ricca di boutique di livello, c’è una libreria e un’associazione culturale, Amaneï, che organizza reading di lettura, eventi musicali e teatrali, gestisce anche una galleria d’arte che ha creato le “residenze d’autore” con installazioni disseminate sull’isola. Poi, è chiaro che servizi come il trasporto pubblico o la raccolta dei rifiuti sono comuni e Santa Marina sta dando il suo contributo a progetti come il “Clean Energy for EU Islands”, per fare di tutta l’isola davvero un luogo green. La road map che ci siamo imposti – e che ha il 2030 come deadline – punta a emissioni zero di CO2 e all’autosufficienza energetica”.

Salina
Fiore di cappero. Daniela Virgona

Nato a Messina ma salinaro da 55 anni è Marcello Saija, il professore, sostenitore invece dell’unione amministrativa, consigliere comunale per un ventennio, organizzatore di eventi e studioso dell’isola, oggi direttore del Museo dell’Immigrazione eoliana a Malfa. È anche albergatore con l’Hotel Santa Marina Antica Foresteria, il più antico dell’isola, attivo già a metà ‘800 come locanda per i commercianti di Malvasia che arrivavano sull’isola. “Io considero Salina un luogo unico e tale dovrebbe essere anche dal punto di vista amministrativo. Abbiamo una storia incredibile che rischia di essere banalizzata da battibecchi municipali”.

Salina
Monte fossa delle felci. Foto di Elio Benenati

La storia della Malvasia di Salina

Saija, quando indossa i panni dello storico, fa sembrare il racconto del passato salinaro un’epopea cinematografica: “Cominciamo con il dire che va confutata l’idea che l’uva Malvasia l’abbiano portata i greci (tesi sostenuta dal professore di enologia Attilio Scienza, ndr). Arriva sull’isola con i veneziani nel XVII secolo che a loro volta l’avevano conosciuta a Creta. Cacciati dagli ottomani, i veneziani portano quest’uva in molti porti del Mediterraneo. A Salina la Malvasia vivacchia per un paio di secoli, ma diventa risorsa economica nell’800 grazie agli inglesi di stanza a Messina. Sono gli anni della guerra contro le truppe napoleoniche e per dieci anni diecimila inglesi bevono il vino ottenuto da quest’uva. L’età dell’oro di Salina – che ha il sapore della malvasia aromatica – dura circa ottant’anni. Arrivano i maestri d’ascia napoletani per costruire i grandi velieri, i vigneti vengono impiantati oltre le pendici della montagna, le signore del posto sono descritte come dame ingioiellate con oro e corallo. Il successo dell’isola è tale da conquistarsi l’autonomia da Lipari. Si prospetta un inizio di secolo entusiasmante, ma a rovinare tutto ci pensa la fillossera, l’afide distruttore di tutto il vigneto europeo. Non rimane che l’emigrazione, soprattutto verso gli Stati Uniti e l’Australia. Le comunità salinare all’estero crescono, prosperano e le rimesse dei migranti aiutano l’economia dell’isola. Si tornerà a parlare di Malvasia delle Lipari – questo il nome della Doc – con il boom turistico delle Eolie”. Un vino che fin dai tempi dei veneziani è stato sia secco che dolce (ve lo raccontiamo bene in questo articolo dedicato alla Malvasia di Salina), ma che dagli Anni Settanta del Novecento si è legato soprattutto a un cognome straniero, quello boemo di Hauner.

Malvasia

Il vino della famiglia Hauner a Salina

L’azienda è ancora a Lingua dove è nata grazie alla passione per l’isola di Carlo Hauner, il designer, architetto e pittore bresciano che ha fatto quello che a parole desiderano fare in tanti: mollare tutto e vivere al mare. Il figlio Carlo Jr ha fatto come lui: “Mio padre mise assieme appezzamenti abbandonati dai migranti, la terra e le case non costavano nulla, si fece spiegare tutto dai contadini della zona sull’appassimento delle uve, ma introdusse anche tecniche allora sconosciute come quella del raffreddamento”. Il successo arriva grazie a un assist di Luigi Veronelli e Hauner senior aggiunge anche i capperi nei primi pacchi in spedizione. Oggi la casa-cantina ha un bellissimo dehors per le degustazioni: “Le organizziamo da quindici anni e da altrettanti tutto il materiale utilizzato è compostabile e riciclabile. La sostenibilità parte però dal vigneto, dove facciamo al massimo uno o due trattamenti l’anno”.

Belvedere Salina
Belvedere Hotel Salina

Salina e la pizza di Giuseppe Mascoli

Qui a Lingua c’è il vero motivo per cui l’isola si chiama così: una salina dismessa a inizi Novecento con il suo faro (diventato un grazioso Museo del mare e del sale). Poi ci sono le granite e il pane cunzato di Alfredo e da un po’ le pizze di Giuseppe Mascoli, alias Franco Manca, il brand di pizzerie più amato del Regno Unito che come in un sogno è sbarcato qui con l’unica ‘filiale’ italiana. Personaggio eclettico Giuseppe, originario di Positano, imprenditore globetrotter, finisce a Salina spinto dalla ricerca del cappero perfetto. Mascoli è innamorato dell’isola, della sua biodiversità e dell’intelligenza dei suoi abitanti: “Volendo potrei fare pizze solo con ingredienti di qui e provenienti dal resto delle Eolie, tanto è ricco il paniere. Lavoro direttamente con produttori di vino, di capperi, di formaggi, di pomodoro, con i pescatori e attingo anche dalla riserva naturale dei monti per i legni e le erbe”. Un esempio di economia circolare che parte da uno dei piatti più emblematici e identitari della cucina italiana.

QUESTO È NULLA…

Nel mensile di marzo del Gambero Rosso l’esplorazione dell’isola prosegue con i racconti di Martina Caruso (chef del Ristorante Signum), Giuseppe Siracusano (proprietario dell’hotel Ravesi), Giulio Bruni (responsabile del wine resort Tasca d’Almerita), Nino Caravaglio (viticoltore biologico), Daniela Virgona (produttrice di capperi) e altri personaggi della scena gastronomica isolana. In più, trovate tante anticipazioni sulla nascita della Riserva Marina Protetta di Salina e sul progetto europeo Clean Energy for EU Islands, in cui l’isola delle Eolie gioca un ruolo fondamentale. E poi, le 6 spiagge da frequentare in primavera, i 5 panorami più instagrammabili, i luoghi della cultura da non perdere e i migliori ristoranti e hotel dell’isola. Pronti per visitarla insieme a noi?

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store. Abbonamento qui

a cura di Francesca Ciancio

foto di Stefano Butturini

Recommended Articles

Leave a Reply