Perché al supermercato si paga più la bottiglia che la passata di pomodoro

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Quando acquistiamo una passata di pomodoro, paghiamo più la confezione che il pomodoro stesso. La denuncia arriva dalla Coldiretti che il 14 di luglio ha firmato il Protocollo d’intesa per la prevenzione e il contrasto dello sfruttamento lavorativo in agricoltura con il governo, Anci, Osservatorio Agromafie e Osservatorio Placido Rizzotto.

Una bottiglia di passata di pomodoro da 700 ml costa in media 1,3 euro: oltre la metà del valore (53%), secondo la Coldiretti, è il margine della distribuzione commerciale con le promozioni, il 18% sono i costi di produzione industriali, il 10% è il costo della bottiglia, l’8% è il valore riconosciuto al pomodoro, il 6% ai trasporti, il 3% al tappo e all’etichetta e il 2% per la pubblicità. Il pomodoro? Solo l’8% del valore.

Cosa si nasconde dietro l’industria del mercato del pomodoro

Un paradosso che noi vi abbiamo raccontato tante volte perché l’industria del pomodoro porta con sé anche scandali e maxi truffe. Ad aprile scorso, la passata Petti è finita nella bufera per il sequestro di pomodoro spacciato per 100% italiano che poi si è scoperto non esserlo. 

Ma non solo l’operazione “Scarlatto” ha scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora con numeri da capogiro che hanno fatto scoprire nel livornese una delle più grandi frodi alimentari degli ultimi tempi a firma. C’è stata poi l’operazione “Scarlatto due” (che ha portato al sequestro di 821 tonnellate di concentrato di pomodoro proveniente dall’Egitto e contaminato da pesticidi) e poi ancora la “Scarlatto tre”.

Ogni anno poi, #Filieracorta, la campagna promossa dalle associazioni daSud e Terra! che tenta di ricostruire il percorso dei prodotti agroalimentari che dai campi arrivano nelle nostre tavole, ci rimanda a un quadro tutt’altro che idilliaco. Quello del pomodoro è un mercato che si muove tra sfruttamento, insostenibilità ambientale e in cui non esiste indirizzo di filiera. E il tutto succede nonostante ci sia una legge sul caporalato che però ha un problema a monte: tende a punire, non a prevenire. E a pagarne le conseguenze sono sempre loro: i braccianti sfruttati e abusati che lavorano come schiavi nei nostri campi.

Leggi: Braccianti sfruttati, maltrattati, abusati: il sapore amaro del caporalato nel cibo che portiamo sulle nostre tavole

Di contorno c’è poi la concorrenza sleale delle importazioni low cost dall’estero con quasi 1 prodotto alimentare su 5 importato in Italia, dal pomodoro cinese al riso asiatico, dall’ortofrutta sudamericana fino alle nocciole turche, che non rispetta le normative in materia di tutela della salute e dell’ambiente o i diritti dei lavoratori vigenti nel nostro Paese, spesso anche grazie ad agevolazioni e accordi preferenziali stipulati dall’Unione Europea.

Fonte: Coldiretti

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