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Con le sue montagne e le acque piene di storie e tesori naturali, non stupisce che il territorio del lago Maggiore annoveri ben cinque siti Unesco (spesso condivisi con la confinante Lombardia), giustamente definiti di «eccezionale valore universale». Tra questi, il Sacro Monte di San Francesco, a Orta San Giulio, sulla riva orientale di quella gemma che è l’omonimo lago. Articolato percorso di cappelle e architetture sacre del XVI e XVII secolo, è un luogo di devozione e una delle più complesse concentrazioni di tutti gli elementi che rendono unico un paesaggio. Erette in una posizione panoramica spettacolare, le venti cappelle affrescate sono abitate da oltre 370 statue di terracotta a grandezza naturale che raccontano – caso unico – la vita del Santo. Siamo nella natura e nell’arte, nella storia e nel presente. Siamo nel paesaggio.

Ma cos’è il paesaggio? Davvero è unicamente ciò che in modo meccanico contempliamo intorno a noi? Se fosse un fenomeno fisico-ottico, il mondo, e con esso la nostra esistenza, non sarebbe piuttosto limitato? E tuttavia, spesso è proprio quello che accade, ché uno dei paradossi di questo antropocene sta nel modo in cui vediamo. La nostra è la civiltà dell’immagine, vediamo tanto, di continuo, però male, in fretta, con superficialità. Per usare una metafora «gourmand», la nostra è una visione bulimica: tutto si trangugia, ora ingozzandosi, ora spiluzzicando, e il paesaggio, qualunque paesaggio, non lo «guardiamo» sul serio, strizzato com’è nello schermo dello smartphone mentre l’interesse alla presumibile bellezza di un luogo dura il tempo di un selfie.

In realtà, non conosciamo davvero. Ma il paesaggio, come mostra benissimo il Sacro Monte di Orta San Giulio, non è solo un avvenimento, è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi: certo, la vista, poi ci sono gli odori (della natura come quelli della cucina), i suoni, il contatto con le cose, le opere grandi e piccole dell’ingegno umano di ieri e di oggi, i sapori dei cibi («Mangiare è incorporare un territorio», diceva Jean Brunhes, il geografo creatore del concetto di «geografia umana»); poi, ancora le emozioni, i ricordi che tutto questo fa nascere e che si protraggono anche dopo che quel paesaggio non è più davanti a noi. Sintetizza bene Paolo D’Angelo, nel suo Estetica della natura. Bellezza naturale, paesaggio, arte ambientale: «L’identità estetica, storica e culturale di un luogo è un’opera d’arte in continua mutazione, di cui l’uomo è, nel bene e nel male, il manipolatore principale».

A questo problema l’Unesco pone rimedio da cinquant’anni identificando, tutelando e così trasmettendo alle generazioni future il patrimonio culturale e naturale di tutto il mondo. Con risultati straordinari: dei 1121 siti riconosciuti in 167 nazioni, ben 55 sono in Italia, a pari merito con la Cina. Con il particolare che la Cina è grande circa trenta volte il nostro Paese, sicché la concentrazione di beni – tanto materiali quanto immateriali eppure reali – nel bistrattato «bel paese là dove ’l sì suona» è veramente unica, e tra questi dovrebbe entrare a pieno titolo anche la nostra tradizione gastronomica. Siamo i nostri sensi, l’emozione e la memoria che rivive tutto. Siamo «il» paesaggio. E solo così il gusto di (ri)trovarsi nella realtà è veramente insuperabile.

di Paolo Lavezzari

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